Kamut? Il grande inganno del marketing agroalimentare
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Il Kamut non è una varietà di grano, è semplicemente un marchio registrato da un’azienda del Montana, USA

La Kamut International – che ha dato questo nome a una varietà di grano che in realtà si chiama khorasan, e grazie ad abili strategie di marketing, è divenuto famoso in tutto il mondo, riconosciuto come unico vero marchio di qualità!

Il marchio è stato registrato nel 1991 con una precisa regola:
solo il grano della varietà Turgidum ssp. Turanicum, coltivato da agricoltori associati, selezionati e con il seme distribuito loro dall’azienda medesima, poteva chiamarsi Kamut.

Ma, cerchiamo di fare chiarezza!
La Kamut International è un’azienda fondata alla fine degli anni ’80 nello stato del Montana, quando Bob Quinn iniziò il commercio di prodotti di una varietà di cereale (nominata grano Khorasan) alla quale aveva dato un nome nuovo.
Kamut® significa letteralmente “grano in egiziano antico” e ha due piramidi come simbolo…
Si prova in questo modo, di far passare il concetto che sia lo stesso che veniva coltivato ai tempi dei faraoni, anche se, in verità, “il grano orientale o grano Khorasan viene dal nome della provincia dell’Iran dove ancora oggi si coltiva.
Alla base della trovata commerciale c’è anche la storiella tanto affascinante della sua origine. Leggenda vuole che derivi dal luogo dalle tombe dei faraoni: ma si tratta solo di una facile suggestione.
La vera zona d’origine è quella compresa tra l’Anatolia e l’Altopiano iranico. Ecco spiegata la vicinanza con l’Egitto.

Qualunque agricoltore può piantare la stessa varietà di grano, ma non può commercializzare il suo prodotto con quel nome.
Non c’è da stupirsi, è da tempo che i vegetali si brevettano, almeno nei paesi occidentali, il che conferisce al titolare una serie di diritti esclusivi per un periodo limitato, solitamente inferiore ai vent’anni.
Il nome è stato dato “associando quel tipo di grano a un marchio registrato, che non scade mai, garantendosi a tutti gli effetti un monopolio perenne.
In poche parole tutti gli alimenti a base di kamut sono prodotti da società importatrici che lo trasformano sotto autorizzazione dei Quinn. Ma non è tutto. Il costo del cereale in questione è molto alto.
Ma se gli alimenti biologici dovrebbero salvaguardare in qualche modo l’ambiente, in questo caso si rischia di non raggiungere l’obbiettivo.
Il 99% del Kamut® è infatti coltivato nelle grandi pianure americane del Montana e del Canada e da lì trasportato in tutto il resto del mondo, Europa compresa. Altro che chilometro zero!
E con gran soddisfazione delle imprese di trasporto e dei petrolieri che continuano a vendere carburanti inquinanti. Un impatto notevole sull’ambiente e sulla salute di tutti noi.
In Italia si coltiva ormai da tempo, in una zona che va dalla Lucania, il Sannio e l’Abruzzo, una varietà di grano Khorasan chiamato grano Saragolla.
Ma purtroppo non viene preso in considerazione un grano tradizionale a km 0, quando nelle botteghe bio si può trovare a prezzi a dir poco assurdi, il grano che arriva dall’America e che tutti dicono essere quello dell’antico popolo egiziano?

Ironia della sorte, indovinate qual è il paese dove si consuma più Kamut?  L’Italia… ovviamente!
Assorbendo circa il 50% della produzione mondiale.
Basta credere a queste fandonie! Sfatiamo un mito, il khorasan è coltivato anche in Italia !
Le sue proprietà nutritive sono pressocchè uguali a quelle del Kamut, con un’unica e semplice differenza: si tratta di una varietà di grano Khorasan prodotta nel nostro Paese, il cui costo pertanto è inferiore e, essendo prodotto in Italia, si aiuta, così come con qualsiasi altro prodotto, l’agricoltura del nostro Paese.
Non lasciamoci trasportare dalle mode salutiste del momento, soprattutto noi italiani dobbiamo ricordaci che la nostra sana, buona e autentica dieta mediterranea è un patrimonio dell’umanità!

Vi lascio con una domanda… 
Per quale motivo dovremmo acquistare grano Kamut e suoi derivati, il cui costo poi è esorbitante, avendo in Italia qualità autoctone molto simili?

Ai posteri l’ardua sentenza…

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